“Ma allora vale per tutti!” - Quando essere giusti non significa fare – Edizioni Dorotea
“Ma allora vale per tutti!” - Quando essere giusti non significa fare le stesse cose

“Ma allora vale per tutti!” - Quando essere giusti non significa fare le stesse cose

E se gli altri se ne accorgono?

Ci sono situazioni nelle quali sappiamo abbastanza bene che cosa potrebbe essere utile fare. Eppure, proprio nel momento di farlo, compare qualche dubbio.

Questo bambino avrebbe bisogno di un aiuto in più. Ma se lo concedo a lui, cosa penseranno gli altri?

E se qualcuno protesta? Se mi chiede perché lui può farlo e gli altri no?

Forse dovrei proporre la stessa cosa a tutti.

Oppure potrei cercare di farlo senza che si noti troppo...

Sono domande che possono presentarsi a un insegnante quando decide di concedere più tempo a un alunno, ridurre una richiesta, suddividere un'attività in passaggi più piccoli, permettere l'utilizzo di uno strumento o gratificare un bambino per un comportamento che i suoi compagni mettono già in atto senza particolari difficoltà.

Ma possono presentarsi anche a un genitore. Perché a lui concediamo qualcosa che al fratello non concediamo? Perché con uno insistiamo e con l'altro siamo più flessibili? Non rischiamo di essere ingiusti?

Non sono necessariamente dubbi che nascono dalla mancata conoscenza dei principi dell'inclusione o della personalizzazione. Toccano qualcosa che tutti conosciamo molto bene: il confronto con gli altri, il bisogno di sentirci trattati con giustizia, il timore che una differenza possa essere vissuta come un privilegio oppure, al contrario, come il segno di una minore capacità.

Per questo può essere utile non liquidare troppo rapidamente la questione dicendo semplicemente che bisogna essere “equi e non uguali”.

Proviamo invece a guardare un po' più da vicino che cosa succede.

Se serve a uno, deve valere per tutti?

Immaginiamo un bambino che sta imparando a portare a termine una breve attività senza alzarsi continuamente. Per lui è un obiettivo impegnativo e l'adulto decide di utilizzare temporaneamente una piccola gratificazione quando riesce a raggiungerlo.

Un compagno potrebbe osservare:

«Ma io sto seduto sempre e non mi date niente!»

L'obiezione, dal suo punto di vista, ha perfettamente senso.

A questo punto potremmo decidere di premiare tutti i bambini che rimangono seduti. Avremmo certamente eliminato la differenza. Ma avremmo anche trasformato un intervento pensato per sostenere l'acquisizione di un comportamento difficile per uno specifico bambino in una ricompensa generalizzata per un comportamento che molti altri hanno già acquisito.

Fare la stessa cosa con tutti non ha necessariamente reso il nostro intervento più giusto. Lo ha semplicemente reso uguale.

Lo stesso accade nell'apprendimento.

Un bambino può avere bisogno di più tempo per completare un'attività. Un altro di una consegna più breve. Qualcuno può utilizzare uno schema, una tabella o uno strumento che il compagno non utilizza. Per un alunno può essere necessario ridurre temporaneamente la quantità di esercizi per permettergli di concentrarsi su un obiettivo specifico.

Se estendessimo automaticamente ogni facilitazione a tutti, perderemmo proprio il principio che dovrebbe giustificarla: quell'aiuto esiste perché risponde a un bisogno.

Non è quindi la differenza, di per sé, a rendere ingiusto un intervento. La domanda è se quella differenza abbia una ragione educativa.

Uguali, diversi, giusti

Siamo abituati ad affermare che ogni bambino è diverso.

Ha tempi propri, punti di forza e fragilità differenti, esperienze diverse, modalità personali di affrontare un compito. È uno dei principi sui quali si fonda gran parte del nostro discorso educativo.

Le cose diventano però più complicate quando riconoscere quelle differenze produce conseguenze concrete.

Finché diciamo che “ognuno è diverso”, probabilmente siamo tutti d'accordo. Ma quando essere diversi significa che qualcuno riceve più tempo, utilizza uno strumento, svolge un'attività differente o riceve un rinforzo che gli altri non ricevono, può comparire la sensazione che qualcosa non sia più giusto.

Eppure le due cose sono strettamente collegate.

Se riconosciamo bisogni differenti, non possiamo aspettarci che la risposta educativa sia sempre identica.

Riconoscere le differenze significa anche accettare che, qualche volta, ciò che è giusto per uno non coincida con ciò che è giusto per un altro.

Questo non significa che qualsiasi trattamento differente sia automaticamente appropriato. Una differenza dovrebbe avere una funzione, rispondere a un bisogno, perseguire un obiettivo. E dovrebbe essere modificata quando quel bisogno cambia o quando l'intervento non è più necessario.

Equità non significa arbitrarietà.

Significa piuttosto spostare la domanda da «Sto facendo la stessa cosa con tutti?» a «Ciò che sto facendo ha senso per questo bambino, in questo momento e rispetto a questo obiettivo?»

“Ma gli altri cosa penseranno?”

Rimane però una delle preoccupazioni più comprensibili: quella degli altri bambini.

Noteranno la differenza?

Probabilmente sì, almeno qualche volta.

Un bambino può accorgersi perfettamente che un compagno ha più tempo, che utilizza uno strumento diverso o che riceve una gratificazione che lui non riceve. Può fare domande. Può anche protestare.

Ma accorgersi di una differenza non significa necessariamente essere incapaci di comprenderla.

Forse, allora, non dobbiamo chiederci soltanto come evitare che quella differenza venga notata. Possiamo domandarci anche come renderla comprensibile.

Se un bambino osserva: «Io sto seduto sempre e non ricevo il premio», una possibile risposta potrebbe essere molto semplice:

«È vero. Tu riesci già a farlo senza bisogno di questo aiuto. Per lui, invece, in questo momento è più difficile e questo lo sta aiutando a imparare.»

Non stiamo togliendo valore a ciò che fa il primo bambino. In un certo senso, gli stiamo riconoscendo una competenza: tu questa cosa sai già farla senza avere bisogno di un aiuto ulteriore.

E soprattutto gli stiamo riconoscendo la capacità di comprendere che un'altra persona possa avere esigenze differenti dalle sue.

Trattare i bambini con rispetto significa anche considerarli capaci di capire che non tutti hanno bisogno delle stesse cose.

Naturalmente non significa che ogni bambino accetterà immediatamente ogni differenza o che non ci saranno proteste.

Ma se una differenza necessaria a un alunno è difficile da accettare per un compagno, non è necessariamente quella differenza a dover scomparire.

Anche imparare che un'altra persona può ricevere qualcosa di cui noi non abbiamo bisogno è un'esperienza educativa.

La tutela di chi ha bisogno non può dipendere dal consenso degli altri

Questo è forse il passaggio più delicato.

Se un bambino ha bisogno di un determinato aiuto, la prima domanda non può diventare se gli altri saranno contenti che lo riceva.

Possiamo spiegare. Possiamo ascoltare le obiezioni. Possiamo aiutare il gruppo a comprendere. Possiamo anche interrogarci sulla bontà dell'intervento e modificarlo quando necessario.

Ma non possiamo chiedere al bambino che ne ha bisogno di rinunciarvi semplicemente per evitare che qualcun altro possa percepirlo come un privilegio.

Se un compagno continua a vivere con grande difficoltà il fatto che un altro riceva qualcosa di diverso, anche quella reazione può diventare oggetto di attenzione educativa: imparare a tollerare una frustrazione, comprendere il punto di vista dell'altro, distinguere ciò che desideriamo da ciò di cui abbiamo bisogno.

Eliminare la differenza non è necessariamente il modo migliore per affrontarla.

E il bambino che riceve l'aiuto?

C'è poi un'altra prospettiva, forse ancora più importante.

Come vive la situazione il bambino al quale stiamo cercando di offrire quell'aiuto?

Potrebbe essere proprio lui a non volerlo.

Potrebbe rifiutare uno strumento, non voler svolgere un'attività diversa o sentirsi in imbarazzo perché i compagni si accorgono che per lui valgono modalità differenti.

È comprensibile.

Ma anche il modo in cui noi adulti presentiamo quell'aiuto contribuisce al significato che il bambino gli attribuirà.

Se siamo i primi a cercare di non farlo vedere, a proporlo quasi di nascosto o a comportarci come se dovessimo continuamente giustificarlo, rischiamo involontariamente di comunicare che quella differenza è qualcosa di cui sarebbe preferibile non parlare.

Tutela e riservatezza sono indispensabili. Un insegnante non deve certamente spiegare alla classe diagnosi, difficoltà personali o informazioni che riguardano il singolo alunno.

Ma tutelare la riservatezza non significa necessariamente rendere invisibile l'aiuto.

Possiamo far passare un principio generale senza esporre nessuno: in una classe non tutti devono necessariamente utilizzare gli stessi strumenti, ricevere gli stessi aiuti o raggiungere un obiettivo seguendo esattamente la stessa strada.

E quando l'adulto vive questa possibilità con naturalezza, può diventare più semplice farlo anche per il bambino.

Un messaggio che costruiamo nel tempo

Questo aspetto diventa particolarmente importante crescendo.

Quando i bambini sono piccoli, le differenze possono riguardare una consegna suddivisa in passaggi, un'attività più breve, una gratificazione, un supporto visivo o qualche minuto in più.

Negli anni successivi potrebbero diventare una mappa, una sintesi vocale, una calcolatrice, tempi aggiuntivi o una prova adattata alle necessità dello studente.

Non possiamo aspettarci che un ragazzo impari improvvisamente ad accettare serenamente uno strumento diverso da quelli utilizzati dai compagni se, negli anni precedenti, il messaggio implicito è stato che ricevere qualcosa di diverso è un'eccezione da nascondere o qualcosa che potrebbe mettere in imbarazzo.

L'accettazione degli aiuti non comincia il giorno in cui viene introdotto uno strumento compensativo.

Si costruisce anche molto prima, nel modo in cui adulti e bambini imparano a dare significato alle differenze.

Essere giusti non significa fare le stesse cose

Forse, allora, la frase «Ma allora vale per tutti!» può diventare un'occasione interessante.

Non necessariamente un'obiezione da evitare, ma una domanda dalla quale partire.

Possiamo chiederci perché un determinato intervento dovrebbe valere per tutti. Se risponde a un bisogno comune, probabilmente avrà senso estenderlo. Se invece è stato pensato per aiutare una persona rispetto a una difficoltà specifica, renderlo uguale per tutti non lo rende automaticamente più giusto.

Vale per gli strumenti di apprendimento. Vale per i tempi. Vale per le richieste. Vale per le gratificazioni. E, in molte situazioni, vale anche fuori dalla scuola.

Educare alle differenze non significa soltanto dire ai bambini che siamo tutti diversi.

Significa permettere loro di vedere che da quelle differenze possono derivare, qualche volta, risposte differenti.

E significa permettere anche a noi adulti di farlo senza vivere necessariamente ogni differenza di trattamento come una possibile ingiustizia.

Perché essere giusti non significa dare sempre a tutti la stessa cosa.

Significa continuare a chiederci di che cosa ha bisogno ciascuno per poter partecipare, imparare e diventare progressivamente più autonomo.

Emanuele Gagliardini
Psicologo e psicoterapeuta dell’età evolutiva · Ottobre 2026

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